giovedì 4 agosto 2011

Visioni malinconie e luci


Sabato 13 agosto alle ore 21.00, presso la sala dell'ex albergo Centrale in Via Vittorio Emanuele a Recoaro Terme ci sarà l’inaugurazione della mostra dal titolo “Visioni malinconie e luci”. Tre gli artisti ad esporre ed ognuno presenterà se stesso la sera dell’inaugurazione. Si tratta di Lilith le cui opere sono dipinti su vetro, Martino Impuro che esporrà i suoi elaborati artistici, ovvero quadri per lo più acquerelli e carboncino su carta. Il giorno martedì 16 agosto, alle ore 21.30, all’interno della mostra, Martino Impuro terrà un reading delle sue poesie accompagnato da Alessandro Guiotto al basso e Giacomo Salzini alle tastiere. Inoltre esporrà anche l’artista Joshua con modificazioni e creazioni di fotografie con tecniche miste. Le opere di Impuro e Joshua sono su una sorta di genere surrealista, malinconico e introspettivo che vanno a contrapporre i lavori di Lilith, cioè paesaggi e atmosfere luminosi e pieni di luce. L’esposizione resterà aperta al pubblico dal 14 al 19 agosto dalle 16.00 alle 22.30.

venerdì 21 gennaio 2011

ENDOMETRIOSI….UNA BRUTTA GATTA DA PELARE




“ Ogni mese è un continuo morire e rinascere.
Il mio corpo giovane sembra intrappolato
in quello di un’anziana signora
che sta aspettando l’arrivo della morte.
Muoio lentamente
per poi cercare timidamente di rinascere,
ma con l’avanzare della malattia
mi chiedo se sono proprio queste le tonalità
che desideravo per la mia vita.
A volte il dolore è così forte e prolungato
che non riesco più a riprendermi.
Mi sembra di essere un piccolo bozzolo indifeso
che attende, come per miracolo,
la sua rinascita
per vivere finalmente libera
come una farfalla
che brilla con i suoi mille colori
rimasti per tanto tempo inespressi.”

Loria Orsato

Di endometriosi si parla ancora poco e poche sono le persone che la conoscono a fondo, comprese le Istituzioni che ancora oggi in Italia non la riconoscono come una malattia invalidante e disabilitante che persiste per tutta la vita e che necessita di continui controlli, sottovalutandola.

Oggi le cose stanno cambiando, grazie anche a una rete di Associazioni di pazienti diffusa in tutto il mondo, che si è fatta promotrice di educazione, sostegno e ricerca, in collaborazione con medici sensibili al problema e motivati a sconfiggerlo.
L'endometriosi è una malattia subdola, tenace e in parte ancora misteriosa, ma cronica che colpisce le donne in età riproduttiva in tutto il mondo. Non è quindi una malattia rara
Il nome deriva dalla parola "endometrio", il tessuto che riveste la superficie interna dell'utero e che cresce e successivamente si sfalda ogni mese durante il ciclo mestruale.

Nell'endometriosi il tessuto simile all'endometrio si localizza al di fuori dell'utero, in altre aree del corpo.

In tali sedi il tessuto endometriale si sviluppa in "noduli", "tumori", "lesioni", "impianti", o "escrescenze". Tali formazioni possono essere causa di dolore, di sterilità e di altri problemi.
Esse si localizzano più frequentemente nell'addome interessando le ovaie, le tube di Falloppio, i legamenti dell'utero, il setto retto-vaginale (area tra la vagina e il retto), la superficie esterna dell'utero e il peritoneo (tessuto di rivestimento della cavità peritoneale). Talvolta queste lesioni si trovano anche nelle cicatrici addominali post-chirurgiche, sull'intestino o nel retto, su vescica, reni, ureteri (canali che da ciascun rene aggettano in vescica), vagina, cervice e vulva (genitali esterni). Lesioni endometriosiche sono state trovate anche all'esterno dell'addome, nel polmone, nel braccio, nella coscia e in altre zone, anche se si tratta di casi rari.
Come il rivestimento interno dell'utero, anche le lesioni endometriosiche sono di solito sensibili agli ormoni sessuali prodotti dalle ovaie ed in particolare agli estrogeni. Pertanto, le formazioni endometriosiche subiscono un andamento ciclico di sviluppo, di sfaldamento e perciò di sanguinamento. Diversamente dalla superficie interna dell'utero, però, il tessuto endometriale al di fuori di esso non ha modo di fuoriuscire all'esterno del corpo. Il risultato è un ristagno interno di sangue, con decomposizione del tessuto sfaldato a partire dalle lesioni, infiammazione delle aree circostanti e formazione di tessuto cicatriziale.

L’esito infiammatorio è inevitabile:

l’infiammazione infatti è la risposta che il nostro corpo mette in atto ogni volta che subisce un trauma. È un modo comodo di reagire, perché è immediato e non dipende dal tipo di trauma. Una scheggia conficcatasi in un dito, un attacco batterico o virale o, come nel caso dell’endometriosi, sangue in sede anomala: il nostro organismo ha messo a punto un sistema rapido di attacco al nemico qualunque forma esso assuma. Il processo infiammatorio, però, se non viene disinnescato altrettanto velocemente, tende a cronicizzare. Le cellule dell’infiammazione mettono in campo anche le cosiddette citochine, molecole rilasciate nell’ambiente circostante il punto di attacco del nemico, che hanno la funzione di mediatori dell’infiammazione. Cellule e molecole danno origine ad un meccanismo di autoamplificazione del messaggio infiammatorio. Se la flogosi (= infiammazione) non viene messa sotto controllo in tempo, il suo esito ultimo è la cronicizzazione dello stimolo infiammatorio che danneggia il tessuto sano.
La risposta dell’organismo a lesioni e danneggiamenti tissutali è la cicatrizzazione cioè la produzione di tessuto fibroso meno elastico e meno funzionale di quello originario. Spesso questo meccanismo di riparo produce aderenze tra i diversi organi della cavità addominale, ostacolandone i movimenti e la corretta funzionalità.
Tutto questo produce dolore. La non sincronizzazione della risposta agli estrogeni tra l’endometrio eutopico (cioè quello che fisiologicamente riveste la cavità uterina) e l’endometrio ectopico (cioè quello fuori posto, quello delle lesioni patologiche) renderebbe ragione, almeno in parte, del dolore cronico legato all’endometriosi, presente cioè in molti giorni del mese se non addirittura tutti i giorni. Anche la formazione di aderenze è causa di dolore.
Altre complicazioni, dipendenti dalla localizzazione delle lesioni, possono essere la rottura di tali lesioni (che può essere causa di diffusione delle cellule endometriosiche in altre aree), l'occlusione intestinale (se le lesioni si localizzano nell'intestino o nelle sue vicinanze), disturbi vescicali (se le lesioni sono a livello vescicale), stenosi (= restringimento) degli ureteri con possibile sofferenza a livello renale, e altri problemi ancora. Le formazioni endometriosiche non sono in genere maligne o cancerose: si tratta di un tessuto normale situato in una sede anomala. In questi ultimi decenni c'è stato un aumento dell’osservazione della frequenza con cui lesioni maligne si sono sviluppate da lesioni endometriosiche o sono state osservate in concomitanza con esse. Tuttavia gli studi risultano ancora contrastanti per poter arrivare ad una conclusione univoca in questo senso.
Si parla invece di adenomiosi quando le cellule endometriosiche si localizzano nel miometrio, la parete muscolare dell’utero.
Contro il dolore, che può variare da lieve ad estremamente intenso fino ad essere insopportabile, si prescrivono i FANS (antinfiammatori non steroidei) ovvero i più comuni analgesici. Molto spesso però il trattamento del dolore al momento del suo manifestarsi è insufficiente perché tale dolore tende a diventare farmaco-resistente; si ricorre allora a più potenti narcotici, su prescrizione medica.

Si usano composti estroprogestinici tipo pillola anticoncezionale somministrata per lunghi periodi. Inoltre, si usano farmaci a contenuto solo progestinico che inducono uno stato di pseudogravidanza. Per terapie a più breve termine sono in uso analoghi degli ormoni ipotalamici che inducono uno stato di pseudomenopausa. Questi trattamenti farmacologici hanno pesanti effetti collaterali, sono perciò molto faticosi da sopportare perché creano squilibri difficili da accettare per una giovane donna e notevoli ripercussioni sul fisico.
In sede di intervento laparoscopico si asportano le formazioni endometriosiche (la laparoscopia così da diagnostica diventa operativa). Infatti la diagnosi certa si può avere soltanto con un intervento chirurgico che permetta il prelievo di tessuto da analizzare. La laparoscopia è un intervento mediamente invasivo in cui, grazie a strumenti a fibre ottiche, il chirurgo si rende conto del quadro addominale e pelvico della paziente. Talvolta la laparoscopia non è possibile e si opta per una laparotomia con taglio dell’addome. Nonostante si cerchi di effettuare interventi il più conservativi possibile degli organi genitali interni, in casi più gravi si deve arrivare all’asportazione dell’utero (isterectomia) e/o delle ovaie (annessiectomia) molto spesso inaccettabili data la giovane età delle pazienti. Chirurgicamente talvolta è necessario arrivare alla resezione intestinale, all’asportazione di un rene, ecc., quando l’endometriosi abbia già intaccato quegli organi compromettendo in modo pesante la loro funzionalità e la qualità di vita della donna.
Sfortunatamente, la malattia essendo cronica quasi sempre persiste e necessita di nuovi trattamenti.
Si ritiene che nel 20-25% dei casi l’endometriosi sia asintomatica, cioè non produca nessun sintomo evidente.
Nella maggior parte dei casi (75-80%) invece i sintomi si possono presentare con una variabilità molto ampia sia nella tipologia sia nell’intensità.
I sintomi dell’endometriosi si possono distinguere in due categorie: dolore e sterilità/infertilità.
Nell’ambito dei sintomi dolorosi, quelli riscontrati più frequentemente in caso di endometriosi sono dolori prima e durante le mestruazioni (dismenorrea), dolore all'ovulazione, dolori durante o dopo i rapporti sessuali (dispareunia), dolore alla defecazione (dischezia), dolore alla minzione (disuria), dolori che si irradiano verso la zona rettale, dolore alla regione lombare. Inoltre si possono verificare: spotting (perdite di sangue nel periodo compreso tra una mestruazione e l’altra), sangue nelle feci o perdite di sangue dal retto (proctorragia), sangue nelle urine (ematuria), nausea, diarrea e/o stitichezza e altri disturbi intestinali, mal di testa, stanchezza e senso di affaticamento.
L'intensità del dolore non è in rapporto né all'estensione e/o alle dimensioni delle lesioni né alla gravità della malattia. Piccole formazioni (dette petecchiali) si sono rivelate più attive nella produzione di prostaglandine. Le prostaglandine sono sostanze sintetizzate in tutto il corpo, implicate in numerose funzioni e ritenute responsabili della maggior parte dei sintomi dolorosi in quanto mediatori dell’infiammazione: questo potrebbe spiegare la sintomatologia significativa che spesso accompagna la presenza di impianti piccoli.
I sintomi dolorosi dovuti all’endometriosi sembrano intensificarsi nel tempo, sebbene in alcuni casi si abbiano cicli di remissione e di ricorrenza.
La sterilità colpisce il 30-40% circa delle donne con endometriosi ed è un esito comune con il progredire della malattia.
Si parla di sterilità quanto è impedita la fecondazione, per cui i due gameti (ovulo e spermatozoo) non sono in grado di incontrarsi per dare origine allo zigote (la cellula fecondata).
Si parta di infertilità quando, pur essendo avvenuta la fecondazione, non si ha il proseguimento della gravidanza con l’impianto del pre-embrione nella cavità interna dell’utero.
La diagnosi di endometriosi, in genere, non è considerata certa fino a quando non viene provata dalla biopsia, cioè dall’analisi del tessuto prelevato in sede di intervento chirurgico.
Tuttavia il ginecologo può avvalersi di molti strumenti che gli permettono di formulare una diagnosi con ottima probabilità di essere confermata dall’analisi del tessuto istologico.
Innanzitutto la raccolta scrupolosa dei dati relativi alla storia personale e familiare della donna (anamnesi), l’annotazione accurata dei sintomi e di tutte le indicazioni che la paziente può offrire durante il colloquio permettono al medico di indirizzare le sue attenzioni verso un inquadramento diagnostico corretto.
La visita ginecologica – da eseguirsi per via vaginale, quando possibile, e sempre per via rettale – permette la palpazione manuale delle lesioni più importanti. Una visita adeguatamente effettuata consente di individuare le aree doloranti riproducendo gli stessi sintomi dolorosi della malattia.
Tra le analisi strumentali, l’ecografia – transvaginale quando possibile - è senz’altro la più comune e la meno invasiva. Permette di individuare cisti alle ovaie e l’adenomiosi (tessuto endometriosico che si annida all’interno della parete muscolare dell’utero).
In presenza di sintomi intestinali possono essere utili la risonanza magnetica nucleare, il clisma opaco, l’ecocolonscopia.
Se si sospetta un interessamento dell’apparato urinario, la cistoscopia permette una esplorazione della vescica, l’urografia o l’uroRMN analizzano i canali ureterali e l’ecografia dell’addome permette di rilevare dilatazioni renali e/o ureterali.
Anche TAC e raggi X possono essere di supporto per una diagnosi corretta.
Può essere utile indagare il valore ematico di alcuni marcatori come ad esempio il CA 125. Si tratta però di una misurazione non sempre indicativa di endometriosi perché questa proteina può aumentare la sua concentrazione nel sangue in presenza di altre condizioni infiammatorie o di alcune forme di cancro. Inoltre, non è detto che si innalzi in presenza di endometriosi. Pertanto di per sé non è un valore prognostico significativo.
In Italia, opera dal 1999, l’Associazione Italiana Endometriosi Onlus (AIE) che é stata fondata da e per donne affette da endometriosi ed è riconosciuta come Organizzazione di volontariato Non Lucrativa di Utilità Sociale su tutto il territorio italiano (decreto dir. n. MI 115). Ha sede a Nerviano (Milano) e partecipa al circuito internazionale dell’international Endometriosis Association, associazione internazionale presente in 66 paesi del mondo. L’AIE è tra i membri fondatori della European Endometriosis Alliance costituita nell’ottobre del 2004.
L’AIE, prima associazione di pazienti in Italia ad occuparsi di endometriosi nella prospettiva delle donne che ne sono affette, ha i seguenti obiettivi:
 sostenere emotivamente le donne
 informare sulla malattia
 sollecitare le istituzioni
 promuovere la ricerca scientifica
 raccogliere le firme perché in Italia vengano tutelati i diritti delle donne affette da endometriosi.


Fonte: Associazione Italiana Endometriosi

Per informazioni:
Associazione Italiana Endometriosi Onlus
Casella postale 114
20014 Nerviano (Mi)
Infoline 800 031977 – Fax 0331 589800
info@endoassoc.it
www.endoassoc.it

I contraccettivi orali riducono i sintomi dolorosi quali la dismenorrea ed il dolore inter-mestruale e prevengono efficacemente le recidive delle cisti endometriosiche dopo la loro rimozione chirurgica.
Purtroppo, l’effetto è sintomatico e non curativo, cioè il beneficio è evidente fintanto che si utilizza la pillola, ma alla sospensione la ripresa dei sintomi è assai probabile. Di conseguenza, il concetto stesso di trattamento medico implica periodi di assunzione prolungati, a volte di anni e che comunque coprano il lasso di tempo intercorrente tra la diagnosi e la ricerca di una gravidanza.
Molte donne assumono “la pillola” per molto tempo a scopo contraccettivo senza preoccupazioni. Tuttavia, quando i contraccettivi orali sono usati a scopo terapeutico, vengono spesso gravati dei più diversi timori, incluso l’effetto sulla fertilità e sulla salute futura.
I dati riguardanti l’effetto sulla fertilità sono molto rassicuranti, così come quelli relativi alla salute futura della donna. Anzi, gli studi indicano come la pillola possa rappresentare addirittura un fattore protettivo.

Loria Orsato

martedì 16 marzo 2010

Perché ho deciso di mettermi in lista, con Civitas Leonicena













La cultura è un investimento, l’arte un alibi, lo spettacolo un applauso.
Lonigo per tutti, Civitas per Lonigo!



Siamo stati abituati, fin dalla tenera età, a ricevere gli esempi dai più grandi; dapprima dai genitori, poi dai maestri delle elementari, dal parroco, dai professori, fino ad arrivare all’età matura, momento in cui, giocoforza la politica diventa o dovrebbe diventare maestra di vita; movimento di ideali dove ognuno di noi tende a riconoscersi. Dove si ripongono progetti ambiziosi, dove ci si mette in discussione e dove si diventa un esempio da seguire per gli altri!

Vi chiedo ora, che esempi politici abbiamo avuto in Italia da un trentennio a questa parte. Vi chiedo quanti di Voi sono ancora convinti che la prima Repubblica sia terminata. La verità è che non è mai terminata, è stato un trasformismo politico per intorpidire ancor più le acque e poter continuare a muoversi meglio di prima. Figure politiche ormai bruciate si sono ripresentate sotto forme diverse. Non è cambiato nulla, solo il nome.

In questo lasso di tempo, la fantapolitica di tangentopoli, la collusione con la mafia, la corruzione e la politica a luci rosse, hanno di fatto allontanato i giovani dalla politica. Non esistono più leader degni di chiamarsi tali. Non esiste più la coerenza e la costanza. Non abbiamo più certezze.

Allora mi chiedo: perché non cominciare dal basso a dare l’esempio, dalle piccole realtà. Il Veneto ne è capace. Il Veneto guida una parte importante dell’economia europea. Possiamo farcela! La gente ha bisogno di certezze, di garanzie, di persone che si impegnino sulla parola data. Basta con i trasformismi e le evoluzioni; si passa da un partito all’altro con una promiscuità che dà la nausea.

Una volta chi votava M.S.I., si è visto costretto, ad un certo punto, a votare A.N. e poi a dare il voto allo stesso credo votando P.D.L. Lo stesso è accaduto nella sinistra. Questo si chiama caos, marasma, confusione che genera confusione e incertezza, con il risultato di allontanare le persone dalla politica e ad esprimere voti di protesta. Ci vuole coerenza e fermezza, determinazione. Occupandomi di giornalismo, avevo intervistato anni fa, Paolo Rosin e le cose che diceva a quel tempo sono quelle che continua a ripetere oggi. Un esempio di coerenza, non certo come l’ex sindaco Giuseppe Boschetto che un giorno dell’ultima settimana di febbraio, sul G.d.V. dichiara che è impossibilitato a candidarsi per problemi in famiglia e dopo solo 4 giorni si smentisce candidandosi per il PD.

Stanco di lamentarmi delle varie amministrazioni che hanno nel tempo hanno svolto l’interesse di pochi, a danno della collettività, ho deciso di mettermi in discussione candidandomi come consigliere nella lista civica Civitas Leonicena. Mi metto in gioco, senza scheletri nell’armadio e con una grande voglia di costruire qualcosa per questo paese assieme a Paolo Rosin e la nostra lista, fatta di persone semplici, che non hanno interessi privati in municipio.
Se potessi attuare i miei progetti concretamente per la mia cittadina, restando fuori dalla politica, lo farei col cuore, ma questo non è possibile. Ci vuole un’amministrazione sensibile con la quale condividere e sviluppare i progetti fino a raggiungere gli obiettivi per il bene di Lonigo e dei leoniceni.

Lonigo attraverso lo sviluppo della cultura, deve diventare il polo di attrazione primario del Basso Vicentino con nuovi spazi per i giovani che saranno coinvolti nei vari progetti; Lonigo deve vedere rivalutato lo sport, la sicurezza, la salute, non dimentichiamoci che il nostro ospedale ci è stato tolto e ciò che resta andrà a morire lentamente. L’ambiente, la discarica la rivalutazione dell’economia del paese fornendo nuova linfa per i commercianti. La ridistribuzione di risorse economiche in modo equo e non arbitrario. La riqualificazione della Protezione Civile con più spazi per i loro interventi.


Paolo Maria Coniglio

mercoledì 4 novembre 2009

I danni del berlusconismo craxiano

Ci sono persone che occupano ruoli istituzionali, pubblici e sociali cui non è ancora chiaro che la gestione della cosa pubblica è leggermente diversa dalla cosa privata. Produrre utile e svolgere un servizio sociale e pubblico sono due cose scisse. Credo che qualcuno debba scusarsi con i Cittadini Leoniceni.


Quest'estate ho scritto alla presidente della Biblioteca di Lonigo, Emanuela Bragolusi, chiedendo la strada corretta da percorrere per presentare presso la Biblioteca Civica di Lonigo, che non è privata, il mio ultimo libro di narrativa dal titolo "All'ombra degl'ippocastani". Pubblico integralmente il testo della mail, nascondendo per evidenti ragioni di privacy i vari indirizzi.


Gio 30/7/09, Paolo Maria Coniglio ha scritto:


Da: Paolo Maria Coniglio
Oggetto: Richiesta presentazione libro scrittore leoniceno
A: Em
anuela Bragolusi
Data: Giovedì 30 luglio 2009, 12:31

Gentile Signora Bragolusi La disturbavo per chiederle quale strada debbo percorrere per presentare l’ultimo mio libro di narrativa “All’ombra degl’ippocastani”. Ho avuto il Suo contatto telefonando in Biblioteca Civica.

In allegato le trasmetto la copertina del libro in modo che possa avere un’idea dello spessore dell’opera. La Prefazione è a cura dello scrittore e drammaturgo Pier Antonio Trattenero.

In attesa di Suo gentile riscontro La saluto cordialmente.


RISPOSTA:


Da: Emanuela Bragolusi
Inviato: sabato 1 agosto 2009 17.54
A: Paolo Maria Coniglio
Oggetto: R: Richiesta presentazione libro scrittore leoniceno

Gentile Paolo Coniglio,
le spiego la situazione.
Noi riceviamo molte richieste di autori locali per la presentazione di loro libri in biblioteca.

Il problema è che una serata in biblioteca "costa": costa soldi (locandine, pubblicità e spese generali), costa energie (personale a disposizione, pratiche burocratiche...), per cui io valuto di solito il possibile ritorno, in pratica: la cosa interessa alla gente? Di solito, alla presentazione di questi testi partecipano familiari e amici dell'autore, pochissimo è il pubblico "esterno", per cui la cosa finisce per essere autoreferenziale.
Anche nella scorsa annata, ho detto no a molte richieste, anche di personaggi in vista della vita leonicena, attirandomi naturalmente molte inimicizie.
Comunque: la prima cosa è farci avere il testo. A scatola chiusa non è certo possibile accettare niente: magari lei ha scritto un'apologia del partito nazista!!!!!!!!!

lo leggerò (e sono una critica severa), poi le farò sapere. Magari potremmo presentarlo insieme con un altro autore locale, ma non è una promessa.
Che poi io ammiri chi si dedica alla scrittura invece che allo sballo del sabato sera, è cosa certa.
Cordialmente
emanuela bragolusi

Il giorno 16 novembre 2009 mi giunge ulteriore mail dalla Signora Bragolusi:

Da: Manuela Bragolusi Inviato: lunedì 16 novembre 2009 22.22:

Oggetto: marzo

Gentile Paolo Maria Coniglio,

ho letto il suo libro "All'ombra degli ippocastani". Immagino che a lei non interessi il giudizio di una persona fredda ed insensibile come la sottoscritta, per cui non le faccio perdere tempo. Le posso dare però una bella notizia: a marzo ci saranno le elezioni, da cui usciranno il nuovo sindaco e la nuova amministrazione. Verrà poi nominato un nuovo presidente della biblioteca, che sarà certamente più attento di me alle istanze culturali. Lei potrà quindi rivolgersi a lui/lei fiduciosamente, con la certezza di avere la giusta soddisfazione. A dicembre in pratica io chiudo con le attività culturali, soprattutto per i gravi problemi di personale della biblioteca. Ci sarà una parentesi in febbraio con Tiziano Scarpa, ma ormai il mio compito è finito. Ringraziandola per aver fatto dono alla biblioteca del suo libro, le invio cordiali saluti

emanuela bragolusi

Rispondo pubblicamente alla gentile presidente, Signora Emanuela Bragolusi:

Almisano di Lonigo 23 novembre 2009 ore 15:24

Gentile Signora

La ringrazio per avere letto il libro "All'ombra degli ippocastani". Il mio libro si intitola invece "All'ombra degl'ippocastani", la locuzione è differente e più scorrevole, solo per fare riferimento alle Sue parole quando scrive testualmente "Verrà poi nominato un nuovo presidente della biblioteca, che sarà certamente più attento di me alle istanze culturali".

Le auguro di tutto cuore tanta fortuna.

Paolo Maria Coniglio


mercoledì 21 ottobre 2009

Bossing, mobbing, straining: il silenzio degli innocenti



Ho scritto e pubblicato questo articolo su Agoravox, Vi invito a leggerlo assieme ai commenti dei lettori. Buona lettura.





Comportamenti subdoli e vigliacchi adottati dalle aziende per eliminare, annientare e distruggere un dipendente. E’ arrivato il momento di alzare la testa e dire basta, i mezzi, pochi ma ci sono e funzionano.
La nostra giurisprudenza, non prevede norme efficienti e deterrenti atte a scoraggiare e ad arginare definitivamente con pene adeguate il dilagante e silente fenomeno del mobbing, inteso in tutte le sue forme più abbiette, come invece accade nel resto dei paesi d’Europa. Vediamole in sintesi: il mobbing è un insieme di comportamenti definiti violenti. Si tratta di veri e propri abusi psicologici manifestati sotto forma di angherie, dispetti, vessazioni, emarginazione, umiliazioni, maldicenze e ostracismi perpetrati da parte di colleghi nei confronti di un lavoratore.Questo comportamento, prolungato nel tempo, può essere lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica della vittima. Il bossing o job-bossing è simile al mobbing, si differenzia dal fatto che viene messo in atto da un vertice aziendale verso un subordinato. Si tratta di una persecuzione tecnicamente affinata nei minimi dettagli, spesso con la complicità di altri attori vili e consenzienti, che mira a porre una persona nelle condizioni di doversi licenziare per alleviarsi le pene che subisce. Lo straining è un conflitto che si svolge sempre sul posto di lavoro, ad opera di persone che ricoprono ruoli di comando e si caratterizza prevalentemente con isolamento forzato, demansionamenti, mancato aggiornamento delle normali pratiche di lavoro, dal telefono che viene tolto definitivamente dalla scrivania, attacchi alla reputazione della persona e molestie sessuali.Chi riceve queste disdicevoli attenzioni, difficilmente trova la forza di denunciare il persecutore proprio per il fatto che la legge non garantisce alla parte lesa la necessaria protezione così come accade per altri crimini più noti. Complice anche la difficoltà di dimostrare fatti che, nel diluirsi del tempo, perdono sempre più di particolari utilissimi in fase dibattimentale. Per tale motivo la vittima deve necessariamente avvalersi della consulenza e assistenza di un legale e prendere nota scritta, nel dettaglio, di tutto quanto gli viene perpetrato, citando luoghi, testimoni presenti, date e orari. Purtroppo si tratta ancora di una zona franca del crimine dove persone senza scrupoli né morale si muovono indisturbati, certi di non essere mai colpiti dalla legge proprio perché si tratta di fatti che moltissimi subiscono ma che poi non vengono denunciati.
La legge 81, seppur ancora inadeguata, sembra aprire uno spiraglio di speranza. Siamo sempre troppo lontani dalla tutela vera e propria. Il mobbing è un crimine contro la persona, è un modo vigliacco di uccidere ed annientare lentamente il predestinato. Va anche considerato che si tratta di una spesa che viene accollata ingiustamente alla collettività. Le cure che deve subire un mobbizzato sono dispendiose, e lunghe: dalle sedute psichiatriche e psicologiche agli psicofarmaci, al reinserimento nel lavoro, per poi finire con le spese legali per la difesa. Un’assurdità è che la stessa INAIL ritiene ilmobbing un danno da lavoro mentre è pura opera volontaria di un individuo contro un altro.
Non bisogna assolutamente abbassare la guardia ma combattere, denunciare e portare in tribunale coloro che cagionano le angherie legate a questa pratica deplorevole. Raccogliere quanto più materiale sia possibile, anche le registrazioni audio servono per inchiodare questi personaggi che meritano assolutamente solo il carcere, senza condizionale. Chi non ha provato sulla propria pelle questo tipo di violenze, non riesce neppure lontanamente ad immaginare quanto devastanti siano e su quante altre realtà si ripercuotano: dalla famiglia, alla vita privata, agli amici, alla psiche, all’autostima.
Alcune aziende, spesso ignorano che alcuni di quelli che si ostinano a chiamare "responsabili", pratichino vessazioni ai loro dipendenti. Quando se ne accorgono tentano in modo vile e subdolo di correre ai ripari. Cercano di creare le condizioni che in tribunale gli possano concedere qualche attenuante. Ormai il danno è fatto. La legge dice che le aziende che non hanno saputo monitorare su tali comportamenti devianti dei loro dirigenti e/o dipendenti, pagheranno l’adeguato risarcimento alla vittima.
La prima cosa da fare è quella di non lasciarsi intimorire, rivolgersi ad un legale possibilmente specializzato in cause di lavoro e farsi certificare il mobbing, il bossing o lo straining secondo il metodo Ege 2002, questo è determinante in fase dibattimentale. I professionisti in Italia che possono relazionare in tale direzione non sono molti ma ci sono e vale assolutamente la pena di consultarli. Esistono centri convenzionati con le ASL in grado di misurare e redigere il grado di stress da lavoro che un individuo ha subito. La consulenza di uno psicologo del lavoro, le certificazioni e la denuncia del mobbing sono passi fondamentali per dire basta ad una pratica che non fa e non deve far parte del mondo del lavoro, bandita dal resto dei paesi d’Europa.






Paolo Maria Coniglio
















I Commenti dei Lettori:







di Gabriele , 17 ottobre 09:27 - Bossing, mobbing, straining: il silenzio degli innocenti
mi occupo di tematiche di disagio lavorativo e di devianza minorile ed ho messo online la mia esperienza al sitohttp://www.sportellomobbing.it/cliccand sul logo di slideboom sulla homepage si apre una pagina web con una serie di video didattici di cui alcuni riguardantile attività di prevenzione e di contrasto del fenomeno del mobbing atttuate nella Regione Marche dal Comitato Paritetico sul fenomeno del Mobbing. Inutile dire che mobbing bossing......si arginano solo con la prevenzione a volte le persone non hanno la percezione dei danni che alcune loro malevoli azioni sul luogo di lavoro possono creare.


di Silvia , 17 ottobre 12:05 - Bossing, mobbing, straining: il silenzio degli innocenti
Vi segnalo il sito del Dottor Alessio Fanelli che è uno dei professionisti in grado di certificare il mobbing secondo lo standard segnalato nell’articolo:http://www.consulenza-mobbing.it/index.htmIl mobbing è uno stupro psicologico, psichico. Non deve passare impunito!Grazie


di Ricky , 17 ottobre 14:37 - Bossing, mobbing, straining: il silenzio degli innocenti
Condivido in pieno quanto hai esposto, tra l’altro in maniera molto chiara e di facile comprensione. Il mobbing, il bossing ecc. sono violenze che non sono paragonabili ad uno stupro, ma lasciano comunque un grave segno sulla stabilità psicologica di chi ne è stato vittima. E’ soprattutto lo stato di impotenza che poi porta ad una frustrazione che può creare problemi influenzando così la stabilità della persona e che non è circoscritta al solo orario di lavoro, ma si riperquote anche a casa, con gli amici ed i famigliari. Ed è anche vero che mancano gli strumenti legali per combattere questa piaga, come non ci sono nemmeno gli strumenti legali che permettano ad un datore di lavoro di sbarazzarsi o di punire in modo adeguato i "fannulloni". Ma i nostri giudici e legislatori hanno altro a cui pensare. Non ci resta, chi da una parte e chi dall’altra, che combattere da soli queste battaglie.Ringraziamo lo stato e continuiamo a pagare le tasse.


di pv21 , 17 ottobre 17:34 - Bossing, mobbing, straining: il silenzio degli innocenti
Tutti argomenti gravi e seri, ma non si può sperare di difendersi quando ... la diffamazione e l’intimidazione diventano strumenti di lotta politica (in nome di democrazia e libertà). La prima risposta deve nascere dalla rivincita dello spirito democratico. Questo insegnano Le voci dentro l’eclissi di personaggi simbolo di rigore, coerenza, senso di responsabilità ed impegno civile. Questo si può ricavare dalla storia de Il Barbiere ed il lupo e dalle cose impensabili che può far fare la paura. (c’è di più => http://forum.wineuropa.it/


di ballon , 17 ottobre 20:16 - Bossing, mobbing, straining: il silenzio degli innocenti
Una sola rettifica al tuo interessantissimo articolo: il titolo.Il silenzio non è mai innocente. denunciare, denunciare, denunciare.


di Elsa67 , 17 ottobre 22:29 - Bossing, mobbing, straining: il silenzio degli innocenti
Mi dispiace dissentire parte del commento del lettore Ricky. Il fatto di avere un dipendente fannullone non autorizza nessuno ad utilizzare comportamenti riprovevoli. Esistono sistemi democratici ed umani per affrontare il problema, sempre che un’azienda ne sia all’altezza. All’origine di un comportamento esiste sempre una causa che va individuata e che da sola fornisce una risposta, una soluzione. La giustizia sommaria non deve esistere, la morale non deve diventare giustizia! Il nocciolo del discorso non è questo. Il mobbing, inteso in tutte le sue forme, non viene praticato ai fannulloni solamente. Io subisco mobbing da molti anni e lo sto combattendo esattamente come il giornaista ha descritto. Io non sono una fannullona. ho sempre lavorato sodo per l’azienda in cui presto il mio servizio, ed ho sempre cercato di emergere mettendo in mostra le mie capacità e le mie performance lavorative, prima di chiedere qualunque aumento di livello o economico. Il problema è che faccio ombra ad un "kapò" che ha solo l’istinto dell’affre e null’altro. Tanto di cappello, sono persone preziose nel lavoro ma io ho comunque diritto alla mia carriera, non credi? A parte le leggi che mancano indubbiamente, nelle aziende, soprattutto quelle del nord-est, quelle del miracolo economico, manca alla base una cosa fondamentale: il rispetto e la cultura. Ho colleghe molestate con proposte di incontri sessuali, umiliazioni che mi sono state raccontate con le lacrime agli occhi. Nessuna prova! Il "vile porco", perchè di questo si tratta, si chiude in ufficio, dove le orecchie dei colleghi non arrivano e non sempre si ha un registratore a portata di mano. Forse in questo momento la morale potrebbe diventare giustizia! Forse solo nel caso in cui, dopo oltre un decennio di vessazioni, umiliazioni, demansionamenti e mortificazioni quando una persona in border line si reca al lavoro e commette una strage, come accade negli Stati Uniti d’America, ebbene forse solo in quel momento il legislatore, l’opinione pubblica inizierà ad interrogarsi. Mi auguro che ciò non accada mai. Auspico chei giudici, nella loro grande esperienza e lungimiranza, infliggano pene economicamente sempre più onerose e che mettano in ginocchio questi surrogati umani una volta per tutte.


di Silvana , 21 ottobre 12:39 - Bossing, mobbing, straining: il silenzio degli innocenti

Considerazioni su Mobbing e mafiosità

Allorquando in un’azienda, apparentemente sana, chi detiene le leve decisionali è un gruppo di potere, che comprende, tra l’altro, i così detti “colletti bianchi”, le regole “tacite” di comportamento, che si instaurano in esso, rispondono spesso a logiche clientelari, che ruotano attorno all’abuso di ufficio e sfociano in atti discriminatori; dette logiche si ispirano, insomma ad una deontologia finalizzata a svuotare di significato concetti quali dignità umana, solidarietà e trasparenza, che rimarranno sterili parole.
In tale contesto diventa estremamente facile adottare tutte quelle figure sottili e subdole di violenza psicologica, miranti a distruggere e ad annientare un lavoratore “scomodo” al fine di “addomesticarlo” per piegarlo alla volontà di chi “decide”, il quale sa di poter contare sul silenzio omertoso dei colleghi che tacciono o perché conniventi o per paura di possibili analoghe ritorsioni. Ove è possibile, quindi, avvalersi delle più svariate forme di persecuzione e terrorismo psicologico nei confronti di un essere umano, la vittima prescelta o si piega alle regole “tacite e immorali”, fissate da chi effettivamente comanda o è destinata ad essere estromessa solo perché considerata “diversa”. La vittima si trova, pertanto, impotente a reagire ai suoi aguzzini.
Il configurarsi di una siffatta situazione nell’ambiente lavorativo, con un termine moderno, viene definito con la parola “mobbing”, il quale – secondo i dizionari più aggiornati – è illustrato come “ sistematica persecuzione, esercitata sul posto di lavoro da colleghi o superiori nei confronti di un individuo, consistente per lo più in piccoli atti quotidiani di emarginazione sociale, violenza psicologica o sabotaggio professionale, ma che può spingersi fino all’aggressione fisica”. Ma per capire la realtà di questo fenomeno criminale, occorre leggere le testimonianze rese dalle vittime e i conseguenti danni “esistenziali” ormai ben illustrati da psicologi, sociologi e giuristi negli appositi siti tematici, a cui si rimanda. Mi sorge il sospetto che la parola mobbing sia stata coniata al solo scopo di evitare di etichettare quali comuni delinquenti, tutta la massa di “persone rispettabili” che, abusando del loro potere, distruggono la vita di uno o più lavoratori; per distruggere una vita non serve un cadavere, ma il mobbing è, anche, una “istigazione” al suicidio!
Ho accennato ad un contesto verosimilmente mafioso: tenterò di dimostrarlo. Prendiamo il caso del “pizzo” richiesto dalla mafia. Chi vuole lavorare “tranquillo” deve pagarlo e i mafiosi, per far cedere il negoziante alla loro prepotenza, porranno in essere nei suoi confronti una violenza psicologica, ammantata da tutti i crismi della legalità. Prima di passare ad azioni “eclatanti”, che attirerebbero l’azione delle Forze dell’Ordine, lo faranno sentire costantemente controllato, spiato, gli faranno ricevere telefonate anonime, “sorprese” sgradite, che finiranno per sfibrarlo al punto tale che il commerciante “impaurito” dovrà scegliere se cedere al pagamento del pizzo pur di avere una vita tranquilla o sbaraccare e trasferirsi in altra città o resistere privo della solidarietà degli altri, che invece pagano.
Ma qualunque decisione pigli, il suo “tempo” trascorso con il timore di un attentato non è vissuto con uno stato d’animo analogo a quello di chi ha paura di un licenziamento, se osa reagire ad ogni forma di abuso di ufficio? Il timore di essere isolato, emarginato, demansionato, deriso, umiliato, svuotato da ogni competenza, reso inutile, la consapevolezza del proprio senso di impotenza, la “paura” delle conseguenze derivanti dalla rivendicazione dei propri diritti non finiscono col rendere gli uomini schiavi dei loro aguzzini? La sofferenza nascente da condizioni di vita disumane, imposte da chi vuole piegare i suoi simili alla propria volontà, è identica sia nel caso di mobbing, che in quello del ricatto nel pagamento del “pizzo”. Trattasi sempre di violenza psicologica, tortura psicologica. Ma il prezzo che paga chi rifiuta di assoggettarsi alla logica mafiosa ossia il dipendente che va controcorrente solo perché non è disponibile a diventare uno “yes-man” non è la morte fisica. Contro di lui saranno utilizzate armi più sofisticate, che non lasciano cadaveri, ma che tendono ad annientarlo interiormente: le armi psicologiche, che mirano alla sua “morte civile”!!!.
Soprusi, prepotenze, violenze psicologiche sono le prime armi della mafia, che sa di poter contare su silenzi omertosi nascenti da complicità o da vigliaccheria: non sarebbe necessario, quindi, il “morto” per incriminare tutti quei delinquenti che hanno scelto un tipo di vita, che prevede l’azzeramento di quella differenza che distingue un uomo da un animale.
Allora quando tali “armi silenziose” vengono usate in un’azienda, mi sembra corretto dire che in quella azienda c’è mafia e mafioso è chi adotta il metodo della violenza psicologica ai danni di un soggetto più debole pur di raggiungere i suoi fini. Se mafioso è il “picciotto” che si limita a chiedere il pizzo perché previsto dall’organizzazione criminale cui si è integrato, mafioso è anche colui che pone in essere un’azione mobbizzante perché consentita dall’occulto e criminoso sistema aziendale, nel quale peraltro si sente integrato. Nessuno dei due ha utilizzato una pistola per raggiungere il suo obbiettivo, ma sia il picciotto sia il mobber hanno contribuito con il loro comportamento al massacro di un essere umano. Un tempo la parola mafia veniva sussurrata e molti ne disconoscevano la sua stessa esistenza, non capendone il suo significato. Per emergere il fenomeno nella sua drammaticità la storia ha dovuto registrare tante vittime; lo stesso sta avvenendo col fenomeno del mobbing.
Impostato in questi termini diventa possibile dare una risposta soddisfacente alla sete di giustizia della moltitudine di mobbizzati oggi esistenti. Gli studiosi del fenomeno hanno, ormai, ben inquadrato la dinamica e le conseguenze del “calvario” subito da tanti lavoratori, ma, ad oggi, non sono ancora stati individuati gli strumenti legislativi necessari per fare giustizia.
Attualmente è previsto solo un indennizzo economico pagato dall’azienda (persona giuridica); ma i veri colpevoli (persone fisiche) non “pagano” per le loro colpe, né economicamente, né penalmente e pertanto, nonostante la sentenza di condanna per mobbing, rimangono liberi di continuare ad adottare nei confronti del mobbizzato ogni forma di tecnica persecutoria. Il mobbizzato riceverà solo dei soldi quale risarcimento di un “passato” distrutto, ma il suo “presente” e il suo “futuro” continueranno ad essere una prosecuzione del suo passato d’inferno!
Laddove emergono casi di mobbing solo un lavoro certosino delle Autorità Investigative potrà far emergere il peso di tutte le responsabilità dei vari soggetti, che hanno contribuito con il loro agire o “non agire” alla distruzione della vita di un essere umano. Per estirpare questo fenomeno dalla società in cui viviamo non serve la sola prevenzione, poiché qua ci troviamo dinanzi a comportamenti posti in essere da chi si è già venduto la sua coscienza per non dover provare il rimorso di aver contribuito, con la sua azione o il suo silenzio, al massacro di un collega.
Il mobber, divenuto siffatto essere umano, ritiene di non aver fatto nulla di grave, non ha sensi di colpa, crede di operare nell’interesse aziendale, non prova minimamente ad immedesimarsi nella vittima dell’azione persecutoria. Le regole aziendali prevedono certi “comportamenti” che nessuno ha mai sanzionato; fanno parte del gioco. Ha fatto la sua scelta: “mors tua, vita mea”. E chi tace o è connivente o si sente giustificato dalla paura di ritorsioni.
Chi ha messo un bavaglio alla propria coscienza ha dimenticato che ogni regola fissata dagli uomini dovrebbe sempre sottostare all’etica fissata dalla voce della propria “coscienza”; la quale impedisce di calpestare la dignità di un proprio simile e grida dinanzi ad ogni forma di ingiustizia, richiamando l’uomo nel suo percorso naturale di essere umano per distoglierlo da quel sentiero che lo potrebbe portare allo stato di animale.
Nelle aziende ove l’etica della mafiosità impera tramite tutti quei comportamenti che identificano il mobbing, rimanere “uomini” potendo guardare negli occhi chicchessia, senza strisciare al cospetto di nessuno, significa assistere impotenti alla distruzione della propria vita, intendendo per vita quel mondo interiore nel quale ciascuno di noi coltiva i propri desideri, sogni, ambizioni, innaffiandoli di entusiasmo e gioia di vivere, ma che, a seguito del mobbing subito, è diventato un bacino di enormi sofferenze, un grande vuoto che ha trasformato ogni impulso interiore in sete di giustizia.
Ritengo che per fare giustizia, (in presenza di un vuoto legislativo e nell’attesa di una legge ad hoc, che sancisca la perseguibilità penale di tale tipo di reato), la magistratura giudicante, tramite un’interpretazione estensiva delle norme civilistiche, penali e costituzionali già esistenti nel panorama legislativo, potrebbe inquadrare come reato di mafia il c.d. mobbing.
Dare l’auspicata rilevanza penale al mobbing significherebbe etichettare come delinquenti tutti coloro che, nonostante il loro “perbenismo”, hanno partecipato al massacro della vittima prescelta. Le conseguenze penali sarebbero da monito per tutti, risveglierebbero molte coscienze assopite; un puntuale e certo intervento di adeguati strumenti di repressione è il migliore strumento di prevenzione in un sistema ove si voglia far funzionare la giustizia.
Inquadrando il mobbing come reato di mafia la vittima avrebbe, altresì, la soddisfazione di essere risarcita economicamente dai suoi stessi aguzzini, che si vedrebbero aggredito il proprio patrimonio, ivi compreso stipendio, T.F.R. Comprovata la sussistenza di una fattispecie di mobbing, il giudice competente dovrebbe automaticamente passare la pratica al Tribunale Penale per l’individuazione di tutti i responsabili. Si tenga presente, infatti, che molte volte la strategia del mobbing è articolata in modo da frammentare le responsabilità su più individui, al fine di non consentire alla vittima di poter perseguire penalmente i vari “mobbers”. Ognuno di loro assume, invero, comportamenti che potrebbero apparire leciti e insignificanti, ma che assumono rilevanza solo se considerati come un tassello di un processo devastante ai danni del mobbizzato, che può emergere solo nell’ambito di un’indagine tesa ad individuare le responsabilità dirette ed indirette di tutti coloro che hanno contribuito al massacro di un essere umano, che voleva semplicemente lavorare onestamente.
Ma occorre anche dare alla vittima la possibilità di ricominciare a vivere. I mobbizzati si trovano in condizioni psicologiche analoghe ai sopravvissuti di un “lager”; sanno di essere soli e impotenti, di essere considerati inutili, sono persone sfiduciate nei confronti del loro prossimo, rimasto sordo ad ogni richiesta di “aiuto”, sono esseri umani che vanno aiutati a reinserirsi in un ambiente lavorativo accogliente e stimolante, che non dia spazio a coloro che non danno alcun valore alla dignità umana. La Giustizia deve preoccuparsi di ricostruire la loro professionalità, di riqualificare la loro immagine e di riparare tutti i danni esistenziali provocati loro anche al di fuori del contesto lavorativo. I mobbizzati che reclamano giustizia hanno ferite invisibili, che potranno cicatrizzarsi solo allorquando percepiranno intorno a loro quel clima di fiducia, che impedisce di vedere nel proprio interlocutore un potenziale vessatore.

Silvana Catalano

venerdì 25 settembre 2009

Cinema, "Terre rosse": quando la passione diventa Arte





Il lungometraggio “Terre rosse” per la regia di Dennis Dellai, è passato giovedì 24 settembre, per il Cinema Teatro Super di Valdagno, marcando così la quarantaduesima proiezione. Il film, girato interamente nel vicentino, tra Fara e Thiene, è stato liberamente tratto dall’omonimo racconto di Flavio Pizzato, ex capo partigiano ed ex sindaco di Thiene. Alla proiezione a Valdagno, oltre al regista Dennis Dellai, erano presenti anche lo sceneggiatore Giacomo Turbian, l’attore ed aiuto regista Davide Viero ed il maestro di musica Paolo Agostini che ha curato la colonna sonora.
Terre rosse” è stato ospite al Festival del Cinema di Venezia, fuori concorso, apprezzato anche da Nicholas Cage, il quale ne ha voluta una copia. La pellicola è stata ambientata nel 1944 e narra di una storia d’amore impossibile che vede protagonisti, rispettivamente Davide Fiore nel ruolo di Umberto Simonetti, uno sfavillante funzionario fascista che lavora per il ministero della Repubblica Sociale Italiana e la bellissima e brava Anna Bellato nei panni di Luisa De Nardi, una maestrina elementare che per aumentare il suo punteggio, chiede il trasferimento da Verona per prestare il proprio servizio presso la piccola realtà di Farneda, ospite presso una casa di partigiani. Luisa verrà in seguito coinvolta nella resistenza. Le vicende della guerra renderanno difficile l’amore tra i due giovani.
Tutte le scene seguono un’armoniosa sequenza che trasmette a tratti emozione e commozione, gioia e malinconia. La colonna sonora si amalgama tra i fotogrammi con discrezione ed intelligenza valorizzando al punto giusto le scene. Il film è stato straordinariamente portato a termine con un budget di soli 19.500,00 €. Se la medesima opera fosse stata realizzata negli Stati Uniti d’America non sarebbero bastati dieci milioni di euro.
Oltre alla travolgente e commovente storia narrata, che esprime parte della fantasia del regista miscelata armoniosamente al racconto di Pizzato, emerge anche la volontà e determinazione di un gruppo di appassionati che scommettendo su se stessi hanno dedicato l’anima utilizzando puro genio. Il risultato prodotto è di elevata qualità e non ha nulla da invidiare a pellicole d’oltre Oceano molto più costose.
Il regalo che il cast di Dellai ha fatto per il Veneto e non solo, sintetizza lo spaccato di un segmento di storia che ci appartiene interamente che non vogliamo e non dobbiamo dimenticare.
Il percorso di questi appassionati cineasti, durato tre anni di riprese, dovrebbe essere d’insegnamento ed aprire così un nuovo orizzonte a chi, con poca spesa, desidera realizzare un sogno destinato a rimanere una pietra miliare nel tempo.
Il DVD è ricco di contenuti interessanti ed è possibile acquistarlo tramite il sito internet http://www.terrerosse.org/.
118 minuti appassionanti da vivere e condividere assieme al resto della famiglia.
Le prossime date di proiezione sono il 27 ottobre presso il Cinema Valbrenta di Solagna ed il 18 e 19 novembre presso il Cinema Primavera di Vicenza.





Paolo Maria Coniglio

domenica 20 settembre 2009

Lettera a Roberto Valente e ai ragazzi caduti a Kabul


L'Italia assurda che combatte ed argina le guerre intestine come le Brigate Rosse, le mafie, la delinquenza in genere, le bande sovversive politiche che da tempo cercano di destabilizzare il nostro paese. Tutti nemici visibili, palpabili. Ora i nostri politici hanno deciso di combattere i nemici invisibili a spese dei nostri connazionali. Vorrei vedere che i nostri politici ci mandasero i propri figli in queste terre tormentate a rischiare la vita. Noi civili, che assistiamo inermi e impotenti a queste stragi annunciate, abbiamo il dovere di esprimere il nostro sentimento, il nostro dissenso affinchè questo sangue smetta all'istante di essere versato.
Ancora oggi le Guerre non ci hanno ancora insegnato che non si può imporre ad un Popolo una volontà differente da quella dettata dalla loro determinazione. La Guerra del VietNam ha insegnato e non solo quella. La rivolta deve partire dall'interno per scelta, com'era accaduto nel Nostro Paese con le varie fazioni di Partigiani. Politicamente diverse ma ognuna con un'unico obiettivo: liberare l'Italia. Se non esistono queste minime condizioni non è possibile pensare di armare ribelli per ottenere una Democrazia che sarà costellata di violenza. La Democrazia è una Signora cui dobbiamo dare del Lei. Imporla a certi Popoli è come dare una Ferrari da Formula Uno in mano ad un ragazzino.
Ed ora, dopo questo attentato devastante che cosa dire? Solo il silenzio dovrebbe parlare, ma ora basta!

Grazie Roberto per il sacrificio che hai fatto per l'Italia, per tutelare il sogno di libertà.
Personalmente non condivido l'intervento "pacifico" dell'Italia nei paesi dove c'è la guerra. Paesi la cui cultura è lontanissima dal rispetto altrui e quindi dall'embrione della LIBERTA'. Noi le nostre guerre le abbiamo già avute, il sangue lo abbiamo già versato. Siamo obiettivi troppo facili per chi vuole colpirci, alimentando gratuitamente il fanatismo di persone prive di senso civico, accecate dall'integralismo religioso. Gente vigliacca e nascosta nell'ombra. Le Guerre Mondiali, in particolare la lotta al nazismo e al fascismo erano raffigurate da nemici palpabili, visibili. I talebani, nascosti all'ombra dei civili, combattono una guerra subdola e che soprattutto non ci appartiene. Nei loro attentati salta per aria un pezzo valoroso e glorioso d'Italia assieme ad un sacco di civili innocenti ed ignari. Bambini, donne, anziani ma questo per loro senza rispetto va bene. Per noi italiani questo non va bene! Ho avuto un nonno prima soldato e poi partigiano, mio padre era ufficiale durante la Seconda Guerra Mondiale e non credo che avrebbero voluto ascoltare queste notizie.
Abbraccio la tua famiglia, Roberto, con gesto fraterno e con le lacrime agli occhi, mortificato dall'impotenza che mi pervade ora. Sono orgoglioso di essere italiano grazie a persone valorose come te, eroi veri in tempo di pace ma perdona la mia delusione di essere rappresenatato da una classe politica, indipendentemente dal colore, che nonostante il nostro passato di enorme sacrificio si ostina a mandare al macello ragazzi d'oro, padri di famiglia, amici veri senza offrire loro opportunità concrete di lavoro. Mi unisco anche al dolore di tutte le famiglie degli altri ragazzi che hanno perso la vita ed in silenzio piango, assieme alla mia famiglia, con Loro.

Paolo Maria Coniglio